In treno da Mosca a Pechino

Diario di un viaggio in Asia Settentrionale, a confronto con le realtà del mondo post-comunista e la natura incontaminata, in un percorso impegnativo, ma profondamente suggestivo.

Precipitare in una megalopoli di 12 milioni di abitanti, caotica, congestionata, sporca, dopo tanta quiete ed armonia, è uno shock. Il nostro ultimo tratto in treno, da Ulan Baatar a Beijing (Pechino) scorre via veloce. Dividiamo il coupè con due poliziotti mongoli, che per un giorno e mezzo non fanno altro che cantarci canzoni di Toto Cotugno (contenti loro…) e costringerci a mangiare dell’orribile montone essiccato, avvolto in un pezzo di giornale e dall’inconfondibile tanfo di cadavere. Arriviamo a Pechino con molte ore di ritardo a causa di un evento tragico: entrando in città il treno ha investito un auto, trascinandola con sé per chilometri. Impietriti chiediamo informazioni sulla sorte degli occupanti, ma si glissa sulla risposta con una smorfia. È solo il primo di una serie di stridenti contrasti culturali fra la nostra visione del mondo e quella cinese. In Cina, come in buona parte dell’Asia, la vita umana assume un valore distante dalla nostra concezione e la morte di un concittadino generalmente non reca tristezza. Al nostro arrivo alla stazione Masha, la sorella di Christian ,ci viene a prendere. Ci guarda esterrefatta: “Oddio, ma cosa vi è successo?”. Sì: questo viaggio ci aveva proprio cambiati. Avevamo percorso più di settemila chilometri, attraversato sette diversi fusi orari, conosciuto persone e luoghi radicalmente diversi tra loro, trasformandoci con lo scorrere del tempo. Eravamo partiti da Mosca intimoriti ed intimiditi, ancora legati ai canoni del mondo occidentale, ma nel tragitto siamo divenuti di giorno in giorno più spavaldi, sicuri di noi. Ci siamo lentamente “asiaticizzati”.

Pechino ci ha dato ancora modo di vivere l’Asia molto intensamente con le sue contraddizioni e le sue peculiarità: dieci giorni di soggiorno nel campus universitario, in giro in bicicletta fra gli ultimi hutong (le case tradizionali con i caratteristici cortili interni), prima del loro abbattimento per far posto ai giganteschi ed ultramoderni edifici della “nuova Cina”. Non mi piace il volto di questa nuova Cina, frenetica, arrivista, smaniosa di conquistare il suo posto di rilievo sulla scena economica e politica internazionale. La transizione della Repubblica Popolare Cinese riesce ad essere ancora più sinistra di quella di altri Paesi: massima libertà economica, minima libertà politica, continua ad essere il dogma del governo cinese. Mi rendo tuttavia conto, che gestire centralmente le libertà individuali di una massa di una miliardo e mezzo di persone non è un’impresa senza difficoltà (sebbene con questo non giustifichi assolutamente le violazioni dei diritti umani fondamentali ancora insistentemente perpetrate). Se fino a qualche anno fa il governo cinese, di fronte alle pressanti richieste della comunità internazionale di procedere alla democratizzazione del proprio sistema e alla transizione economica, rispondeva pacatamente che un “socialismo di mercato” avrebbe consentito la miglior gestione dei mezzi finanziari evitando che la popolazione acquistasse in blocco automobili e frigoriferi, con le prevedibili conseguenze per il pianeta, oggi appare chiaro che sulla via riformista la situazione sta velocemente sfuggendo di mano.

La città dove fino a ieri scorrevano fiumi di biciclette oggi è un immenso agglomerato intasato di auto, avvolto in uno smog denso e giallo, uno sterminato cantiere a cielo aperto per le Olimpiadi del 2008; una giostra di tutto ciò che è possibile contraffare – dalle scarpe Prada alle polo Ralf Lauren. Un giro per i chiassosi mercati del centro rimane comunque un must; ma, bisogna armarsi di pazienza e sorriso: basta guardare un istante in più una qualsiasi mercanzia per rimanere invischiati in interminabili trattative e difficilmente si riesce ad andare via senza un acquisto. La corsa alla vendita è inarrestabile, quasi soffocante: in ogni angolo si tenta di spacciare un qualche bene o servizio. L’aria è pesante, persino nella Città Proibita: fra i banchetti Kodak e Coca-Cola, e mandrie di turisti che sciamano dietro guide impazzite – per un congruo prezzo si girano anche video modello-matrimonio della propria visita (orrore) – ci si sente perduti. Nelle aree meno frequentate dai turisti, l’atmosfera è più piacevole: piccoli ristorantini con le lanterne rosse appese sull’uscio, i mercatini rionali con mucchi di tè e spezie, parchi con gente che pratica il Tai-Chi alle prime luci dell’alba o anziani che si incontrano per cantare. In generale, le persone sono più affabili, disposte a tentare di comunicare nonostante il gap linguistico.

Allontanandosi da Pechino e dai grandi centri urbani si ritrova la vera Cina contadina, paciosa, “pulita”. La capitale, del resto, è solo uno degli innumerevoli volti di un Paese immenso dalle realtà etniche, geografiche, sociali, ma anche linguistiche e culturali profondamente differenti: pianeti diversi che spaziano dall’Asia Centrale al Sud-Est asiatico e meritano un lungo, lunghissimo viaggio a sé, non certo una toccata e fuga come nel nostro caso. L’ultima meta del viaggio è la Grande Muraglia. Andando a Pechino è inevitabile andarla a visitare. Percorriamo 4 km del suo sterminato percorso a partire dall’accesso di Mutianyu, 90 km a nord di Beijing: meno affollato dell’accesso di Badaling, è comunque un inferno turistico. Ad emblema dello sfruttamento ad oltranza ci sono un telefono a pagamento ed una scritta in inglese: “Per rendere più interessante il vostro viaggio abbiamo approntato un telefono internazionale. Potete telefonare alla vostra famiglia dalla Grande Muraglia in Cina per raccontare loro «Ho scalato la grande Muraglia dalla sezione di Mutianyu. E’ grandioso!»”. Se ne sentiva davvero il bisogno? Mah! Ciò non toglie che il paesaggio montano che la circonda sia magnifico e la scalata riesce comunque a conservare una sua poesia, non fosse altro perché ci si ritrova a camminare su un pezzo di storia umana visibile anche dallo spazio.

IL RITORNO

Ci congediamo dalla Cina consapevoli dell’esperienza incredibile che abbiamo fatto, del viaggio straordinario che abbiamo compiuto, fuori e dentro di noi, avventuratici per gioco e disposti a ripetere tutto daccapo. Anche domani. Il nostro percorso si conclude su di un aereo che in dieci ore ci riporta a casa. Questo è stato il nostro più grande errore. Un mese e passa per assistere alla nostra evoluzione umana, e puf, tutto ingoiato in poche ore. Tutti i progressi fatti, regrediti, scomparsi, spariti, in un unico enorme balzo. Tanti chilometri polverizzati nella scia veloce di un aeroplano. A chi dopo di noi consigliamo: se ve la sentite, continuate il viaggio in treno. Tornate a casa lentamente, lasciate sfumare il riavvicinamento al vostro mondo dentro di voi, senza fretta. Noi avremmo tanto voluto farlo.

Fonte: Cineoculto.com

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